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Benedetto Vertecchi, Peccati di omissione, da "Tuttoscuola", XXXIII, 475, ottobre 2007, pp. 24-25
Di Benedetto Vertecchi (del 06/11/2007 @ 13:49:49, in Articoli, linkato 468 volte)
Non è la prima volta che attorno alle prove di ammissione alle università si manifesta un atteggiamento critico. Anzi, ormai criticare tali prove fa parte delle ritualità di inizio d’anno. Quel che sorprende è che, malgrado i ripetuti segnali di allarme per quanto stava avvenendo, non sia accaduto nulla. Quest’anno le critiche sono state particolarmente severe, perché non solo le prove utilizzate hanno continuato ad essere a dir poco scadenti, ma si sono avuti episodi che hanno seriamente intaccato la fiducia del pubblico nei confronti della correttezza delle rilevazioni e quindi dell’attendibilità delle graduatorie. Non c’è dubbio che quanto è emerso sia rivelatore di pratiche inadeguate, dal punto di vista tecnico e da quello delle garanzie formali per gli studenti che si sottopongono alle prove. Tuttavia, limitarsi a denunciare questi aspetti equivale a prendere atto dei sintomi senza preoccuparsi di individuare le cause della malattia. Nell’ipotesi (piuttosto improbabile al momento) che i sintomi dovessero scomparire, e quindi che i test fossero esenti da errori e le procedure assolutamente trasparenti, il miglioramento sarebbe solo apparente. Occorre chiedersi, infatti, perché certe patologie si siano manifestate, e riflettere sul senso delle prove di ammissione alle quali gli studenti debbono sottostare. Per cominciare, non dovrebbe essere così scontato che si debba affrontare una prova di ammissione solo poche settimane dopo la conclusione degli esami finali della scuola secondaria. Tali esami sono, infatti, esami di Stato. Le certificazioni che ne derivano dovrebbero essere tali da non lasciar dubbi sulla qualità dei profili culturali di chi le ha ottenute. Come si spiega, allora, che le università (in massima parte dello Stato e, anche quelle che non lo sono, sostenute da finanziamenti pubblici) ritengano insufficienti, e talvolta del tutto irrilevanti, gli esiti degli esami di Stato e considerino necessario effettuare altre prove per rilevare se chi aspira ad effettuare studi superiori dispone di una cultura di partenza adeguata all’impegno che l’attende? La domanda è retorica: è del tutto evidente che la fiducia negli esiti degli esami è piuttosto scarsa. Sarebbe questa una buona ragione perché scuole e università prospettassero l’esigenza di una revisione radicale dei modi in cui si giunge ad ottenere la certificazione degli studi secondari. Invece, si preferisce aggirare il problema, chiedendo agli studenti che vogliono proseguire il percorso di studi di sottoporsi ad altre prove. Potrebbe sembrare, questa, un’assunzione di responsabilità da parte delle università. Nel momento in cui, concluso un ciclo di istruzione a carattere generale, si affrontano studi orientati all’acquisizione di conoscenze specifiche, ci si deve rendere conto se il profilo culturale degli studenti lasci intravedere buone probabilità di successo. Del resto, è quello che altrove avviene in molti altri paesi, a cominciare dalle più importanti università inglesi e americane. Non è possibile però assimilare le prove di ammissione che si svolgono in Italia a quelle in uso altrove, per molte ragioni. Per cominciare, prima di preoccuparsi della soluzione tecnica che sarà adottata per rilevare il profilo di chi aspira all’ammissione, occorre definire tale profilo. Occorre cioè che le università chiariscano quali sono le loro attese. Le facoltà debbono dichiarare quali siano i tratti che compongono il profilo desiderato, e perché tali tratti siano da preferire ad altri. In altre parole, le prove di ammissione all’università non possono essere ridotte ad un adempimento procedurale: debbono piuttosto essere considerate l’attività che conclude un processo valutativo e decisionale, che è una parte importante dell’attività accademica. Le prove che sono state utilizzate (non solo in questo inizio d’anno) per l’ammissione costituiscono una manifestazione patologica non perché spesso costituite dalla richiesta di un centone casuale di informazioni, ma perché non derivano dallo sviluppo di un progetto. Un compito così delicato, com’è il reclutamento degli studenti, non è assunto in proprio, ma appaltato ad agenzie il cui intento è, e non potrebbe non essere, quello di ricavare il massimo profitto dallo svolgimento dell’incarico. In assenza, o nell’indeterminatezza delle consegne, le agenzie si limitano ad osservare le poche condizioni previste dai capitolati di appalto. Questo non giustifica gli errori marchiani che sono stati denunciati, ma spiega la sciatteria complessiva e l’inconsistenza culturale delle prove. C’è da chiedersi quanto sia legittimo ricorrere ad agenzie esterne per l’ammissione degli studenti. Se le prove di ammissione costituiscono, come mi sembra difficile non riconoscere, una funzione valutativa, le università sono colpevoli di omissione se si sottraggono a tale funzione. Non è un’attenuante il fatto che non si può evitare il ricorso alle agenzie per l’alto numero di studenti da sottoporre alle prove e il poco tempo a disposizione per effettuarle. Le soluzioni tecniche per la valutazione sono molte, ciascuna con i propri pregi e i propri limiti. Alcune soluzioni sono radicate nella tradizione, almeno in quella italiana, come i colloqui (altrove si ricorre quasi soltanto a prove scritte); altre soluzioni, come le prove strutturate (o test), sono da tempo prevalenti in altri paesi. Tuttavia, comunque le prove siano tecnicamente congegnate, la condizione prioritaria per la loro validità (è una condizione formale perché i dati assumano significato) è l’esistenza di un modello di riferimento, che giunga a precisare quali siano le prestazioni che si vorrebbero osservare. C’è poi l’esigenza di conferire attendibilità ai risultati delle prove, ossia di sottrarre l’apprezzamento delle prestazioni fornite alla casualità derivante dalle condizioni organizzative, di interazione e di contesto. La messa a punto delle prove richiede una preparazione complessa sia nel caso dei colloqui, sia in quello delle prove scritte (tra le quali si comprendono i test, o prove strutturate). Quel che cambia, e che può far preferire alcuni soluzioni ad altre, è il tempo occorrente per effettuare le prove. Se il numero degli studenti che deve sottoporsi ad una prova è elevato, le prove strutturate rappresentano, al momento, la soluzione che consente di compiere le operazioni nel tempo più breve. Ma deve trattarsi, appunto, di prove strutturate, e non di un’accozzaglia di richieste che imita lo stile dei giochi a premio televisivi. C’è bisogno, pertanto, di sviluppare, formulando quesiti coerenti, le ipotesi culturali precedentemente definite: ma c’ anche bisogno di verificare che determinate formulazioni soddisfino gli intenti che si volevano perseguire (sia quelli collegabili alla validità delle prove, sia quelli che determinano la loro attendibilità). Se le università decidono di utilizzare prove strutturate per l’ammissione degli studenti, si debbono assumere l’onere di costituire gruppi di progetto nelle singole facoltà che definiscano i profili culturali desiderati e che partecipino alla formulazione dei quesiti. Le somme spese per affidare alle agenzie lo svolgimento delle prove potrebbero essere meglio impegnate per costituire strutture di servizio che assicurino la disponibilità dei materiali occorrenti e il trattamento dei dati. Le medesime strutture potrebbero curare la costituzione e l’incremento di archivi di quesiti cui attingere per esemplificazioni e per agevolare il lavoro dei gruppi di progetto; potrebbero inoltre dotarsi delle apparecchiature e dei programmi necessari per automatizzare le operazioni riconducibili a routine. È un limite della cultura educativa italiana assumere le proposte derivanti dalla ricerca internazionale solo per i loro aspetti più appariscenti, che sono in genere anche i più marginali. Nel caso delle prove strutturate è stato fin troppo facile riprodurre le caratteristiche di genere della loro formulazione, senza preoccuparsi si comprendere la complessa teoria sottostante a determinate soluzioni. Purtroppo, molte delle critiche che varie commentatori hanno formulato nell’occasione delle prove di ammissione all’università sono giustificate, pur essendo impropriamente riferite ai test in generale e non alle pratiche degradate cui si sarebbero dovute riferire. Del resto, non sarebbe difficile avanzare critiche analoghe per prove che si fossero svolte in altra forma (quante banalità si possono dire nei colloqui?). C’è da augurarsi che l’allarme suscitato nella circostanza sulla quale ci siamo soffermati non si esaurisca nello spazio di un mattino, ma spinga le università ad assumere atteggiamenti più consapevoli. E c’è anche da sperare che un’analoga consapevolezza si estenda a tutte quelle altre situazioni nelle quali occorra disporre di soluzioni razionali per formare graduatorie (a cominciare dai concorsi pubblici).
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